Madeleines al thé verde

 

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Verde speranza, si dice così vero? Ho colorato e aromatizzato la gobba di queste signorine della pasticceria francese con la polvere di matcha con la non segreta speranza che qualcuno tra voi sia ancora li. Povero c&c, inerme e senza voce.

Come state voi tutti? Me lo sono chiesto tutte le volte che ho acceso il forno, che ho messo ordine tra i pacchi di farina, che ho riposto le ciotole per impastare e che ho gettato le briciole di brioche agli uccellini in giardini. E credetemi, sono state tante.

Mi chiedevo dove sarebbe andato questo blog, in quale remoto e dimenticato angolo del web avrei dovuto spedirlo ma ogni volta mi dicevo che se mai lo avessi fatto avrei prima dovuto attaccare una cordicella sottile e invisibile al barattolo dello zucchero in modo da poterlo sempre ritrovare qualora avessi trovato lo slancio e il coraggio di scrivere di nuovo. E intanto passavano i giorni e i mesi e poco ci é mancato che non passassero anche gli anni.

E poi voilà. Sono seduta e vi aspetto, con le madeleines che avevo preparato per un’amica ed la voglia di tirare quella cordicella e ritrovare le abitudini di un tempo, assieme a quella sottile ma resistente cosa, che chiamano legame, che mi unisce a tutti voi.

Madeleine al thé verde

x 20 madeleines ça.

Uova 2, burro 50g, zucchero di canna 125g, latte 2 cucchiai, olio vegetale 30ml, lievito per dolci 1 cucchiano, farina 00 125g, thé matcha in polvere 1 cucchiaio.

Lavorate le uova con lo zucchero per alcuni minuti fino ad ottenere un composto bianco e spumoso. Intanto fondete il burro e lasciatelo raffreddare. Quando le uova e lo zucchero avranno raggiunto la giusta cremosità, aggiungete il latte, il burro fuso, la farina setacciata con il lievito e l’olio. Infine la polvere matcha. Amalgamate ben bene e conservate il composto in frigorifero per una decina di minuti. Pare che il soggiorno in frigo aiuti la famosa gobba a venir su. Intanto riassettate la cucina e riscaldate il forno a 170C. Ungete lo stampo delle madeleines con pochissimo burro e spolverate con un velo di farina. Riempite gli stampi con un cucchiaino bombato di composto ( attenzione a non riempirli interamente) e cuocete 12 minuti. Controllate l’interno di una madeline, dovrà essere morbido e non  appiccicoso. Spegnete il forno o prolungate la cottura di un paio di minuti. Per facilita il démoulage converrebbe aspettare che si raffreddino un pochino ma se proprio andate di fretta usate un coltellino a punta tonda, uno per spalmare il burro andrà benissimo, facendo leggermente leva sulla punta. Una volta raffreddate, potrete conservarle in una scatola di latta fino all’ora del thé… e non é detto che debba esse verde!

Abbracci verdi,

D.

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Torta rovesciata di melograno

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…e poi a gennaio, con le lucine spente e le decorazioni natalizie messe vie, aspetteremo un anno prima di riaprire di nuovo quelle scatole che ogni anno ci fanno tornare bambini. Restano brillantini che vengono fuori da chissà dove come una patina natalizia, il camino finalmente acceso senza proteste per non bruciare il grosso pancione di babbo natale né il nero gatto spelacchiato della befana,  il  cioccolato in dispensa, le mandorle pralinate nel barattolo con il nastro rosso che non abbiamo fatto in tempo a regalare e il vassoio di melograni sul tavolino tra la pila di riviste e il divano color melanzana. Ne restano quattro. Gli altri li abbiamo fatti fuori uno ad uno, sgranando semini come desideri mentre quel meraviglioso succo color vino sporcava le dita e il tagliere. Uno é diventato una torta, rovesciata con un’aria da mago per godersi gli ooohhh dei bambini. Che meraviglia!!

Ancora un momento pero’. Vorrei prima augurarvi un felice anno nuovo, 365 giorni da sgranare uno ad uno come fossero chicchi succosi di melograno, e se qualcuno dovesse risultare un po’ amaro non preoccupatevene più di tanto, il successivo o l’altro ancora saranno dolcissimi.

Abbracci come chicchi

D.

Torta rovesciata di melograno

Melograno 1, uova 3, zucchero moscovado 120g, farina 00 setacciata 150g, burro 200g, estratto di vaniglia 1 cucchiaio

Caramello al melograno: zucchero bianco 150g, 1 melograno da cui ricaverete 10cldi succ, 1 limone.

Cominciate con il preparare il caramello: tagliate il melograno in due e spremetene il succo. In un pentolino idealmente di rame, lasciate bollire a fuoco medio basso, lo zucchero con il succo per una decina di minuti. Spegnete e versate il caramello nello stampo da tatin o uno da torta da 20cm.

Proseguite con la preparazione della torta. Preriscaldate il forno a 175C. Sbucciate il melograno e sgranate i chicchi: vi occorrerà molta pazienza o una gradevole compagna/o di chiacchiere. Versate i grani sul caramello. Lavorare lo zucchero con le uova, aggiungete la farina e infine il burro fuso e raffreddato. Versate il composto sui chicchi di melograno adagiati sul caramello nello stampo e lasciate cuocere circa 35 minuti.

Rovesciate la torta in modo da servirla con il bel rosso dei chicchi verso l’alto e auguratevi buon anno…

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Biscotti alla panna

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Buonasera!

Mi scuserete ma oggi non ho molto tempo, più o meno quello che serve a preparare un tè,  due minuti affinché l’acqua arrivi a bollore più i quattro per far compiere alle foglioline il loro dovere. Niente zucchero grazie e il piattino pour faire jolie.

Le scatole viaggiano, ed é come se le vedessi, danzare scapigliate , un po’ sballottate dal vento. Mi scrivete e mi raccontate ed ogni volta é una perlina da infilare su di un filo lunghissimo e chiudere nel cassetto.

Volevo ringraziarvi della partecipazione, dell’entusiasmo, dei minuti spesi a scegliere la scatolina, delle indecisioni dell’ultimo secondo, delle belle grafie, delle ricette strappate ai quaderni di famiglia, dei pacchetti chiusi di fretta e della fila all’ufficio postale.

Questi biscotti sono per voi. Nulla di elaborato, scusate la semplicità ma più si invecchia e meno ci lasciamo attrarre dalle cose complicate. Una coccola da fine pomeriggio, rubata ai pensieri che ci assillano, ai figli che ci chiamano, al telefono che squilla, al timer che urla che qualcosa nel forno sta bruciando, e a tutto cio’ che sembra non poter fare a meno di noi mentre noi vorremmo solo per qualche minuto fare a meno di tutto. Tranne della panna, dello  zucchero a velo e di una manciata di sogni…

Il cuore più grande é per Sara, quelli che restano li conservo nella mia scatola di latta.

Abbracci semplici semplici

D.

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Biscotti alla panna

Perfetti per sporcare un po’ la cucina e farli preparare ai bambini.
Farina  bianca “00” 250 gr, fecola di patate 30 gr, zucchero a velo 90 gr, burro 50 gr, panna fresca un po’ meno di 100 gr, sale 1 pizzico, uova 1 tuorli
In una ciotola mescolate la farina con lo zucchero e il sale e mescolate con una frusta. Unite il burro a pezzetti e lavorate con la punta delle dita sbriciolando il composto senza riscaldarlo troppo. Sbattete leggermente il tuorlo con la panna ( meno un paio di cucchiai che conserverete per bagnare la superficie dei biscotti) e aggiungetele al composto. Lavorate velocemente, aggiungente una lacrima di panne se dovesse risultare troppo sabbioso, compattate e formate una palla. Lasciate riposare in frigo una trentina di minuti. Intanto pulite il piano di lavoro.
Stendete la pasta al mattarello e infarinando leggermente le formine costruite i vostri  biscotti. Trasferiteli su una teglia da biscotti rivestita di carta forno e rimettete in frigo per una decina di minuti.
Spennellate leggermente la superficie con la panna rimasta e Infornate a 170C per 15minuti. Intanto mettete l’acqua per il tè a bollire, sistemate la cucina e pulite il pavimento se avete lavorato con i bambini.
 Non lasciateli scurire troppo in superficie e accertatevi che il fondo sia ben cotto.
Il té dovrebbe essere pronto e la scatolina non dovrebbe essere molto lontana…
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Crostate d’autunno, con nocciole e prugne rosse

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… e poi succede che si diventa bravi, non fosse altro che per il continuo allenamento, al gioco del riconoscere gli  indizi che svelano i bisogni ancor prima che si manifestino.  Come mamma, cerco di far attenzione ai segnali  che le bambine ed io ci mandiamo senza sosta. Se mi sento irritabile o travolta dalle continue infinite richieste, generalmente significa che ho bisogno un po’ di tempo per me. Se invece una di loro é più irascibile, scontrosa o frignona del solito (e apparentemente senza ragione), questo significa che nell’aria c’é un bisogno di una dose maggiore di attenzione dedicate e” special mamy time”.  I bambini fanno di noi degli esperti e alla fine il gioco diventa parte delle ore che passano e dei giorni che sfilano.

Come donna, provo a fare lo stesso. Resto sintonizzata sulla mia stazione radio, sui miei canali provando a concedermi delle piccole indulgenze, coccole per l’anima che mi fanno star bene, mi strappano un sorriso nel bel mezzo di un attacco di emicrania e mi aiutano a scendere dal letto quando so che la giornata sarà di quelle toste. In cucina, una delle mie regole fondamentali é seguire i desideri, seconda sola alla scelta degli ingredienti migliori che ci possiamo permettere. In california del sud l’autunno é un’idea piuttosto vaga, confinata a quando il sole tramonta o al fresco del mattino, a passaggi veloci di nuvole color fumo.  La si ritrova nei negozi in forma artificiale, nell’acqua dell’oceano sempre più fredda e nei discorsi di chi, come me, non riesce sfarne a meno. Ed allora, prima che il mio desiderio diventi mancanza,  apro la porta e lascio che un flair autunnale si infil in casa, negli angoli, sulla tavola, sul pianoforte, nei cassetti e nei piatti. Abbiamo zucche ovunque. Bianche grandi e piccole, zucche Cinderella arancioni e schiacciate con venature verdi, zucche grigie che non fanno così tanto “rumore” ma mostrano una bellezza più discreta, come se potessero restare li dove le ho messe  forse non fino all’arrivo della primavera ma giusto prima che arrivi babbo Natale. Noci, nocciole, mele e melegrane, miele, pere,funghi, cavolo nero… e ancora un bel po’ di prugne rosse che il sole con dispettosa generosità continua a far maturare.

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Crostata di nocciole e prugne rosse

Scrivendo la ricetta mi é sembrato di passeggiare in un bosco. Le nocciole, le prugne di fine stagione e poi il colore castagna e l’aroma nocciolato del beurre noisette. La pasta sucrée ha una piacevole consisitenza, un impercettibile crunch e quel sapore insostituibile dello zucchero moscovado (la prossima volta provate a montarlo in zabaione con dei tuorli d’uovo e vedrete che non riuscirete più ad usare lo zucchero bianco!).

Per uno stampo di 20cm.

Per il ripieno: farina di nocciole 80g, zucchero moscovado 150g, farina 00 40g, farina integrale 20g, albumi 5, burro 160g, prugne rosse

Per la pasta sucrée : farina 00 140g, farina integrale 50g, farina di nocciole 30g, burro 120g, uova 1, sale 1 pizzico, zucchero 60g

Lavorate con un cucchiaio di legno lo zucchero e il burro morbido. Aggiungete la farina di nocciole e il sale. Amalgamate e lavorare leggermente l’impasto con il cucchiaio. A questo punto incorporate le farine setacciate e sbriciolate con la punta delle dita o con il cucchiaio se preferite. Sbattete leggermente l’uovo in una ciotola e aggiungetelo alla pasta.   Compattate, avvolgete nella pellicola alimentare schiacciando  leggermente l’impasto col le mani (io preferisco racchiuderlo tra due piatti e premere leggermente) e fate riposare in frigo almeno 1 ora ( o 10m nel freezer se andate di fretta).

Intanto lavate, asciugate ed affettate le prugne. Devono essere in numero sufficiente da coprire l’intera superficie della crostata, quindi regolatevi con le quantità.

Preparate il ripieno: unite lo zucchero e la farina di nocciole. Amalgamart con una frusta. Unite gli albumi e mescolare, questa volta meglio usare un cucchiaio di legno (quello che usate solo per i dolci senza un retrogusto di capretto o di ragù!). In un pentolino dal fondo spesso (io ne uso uno di rame) lasciate cuocere il burro, a fiamma bassa, dolcemente tre/quattro minuti: l’acqua deve evaporare e la caseina colorare il burro di un bel color castagna liberando l’aroma di nocciola, da cui il nome burro noisette. Versatelo in una ciotola pulita in modo da interrompere la cottura e lasciatelo raffreddare, infine aggiungetelo al composto di albumi.

Preriscaldate il forno a 170C.

Imburrate lo stampo da crostata, rivestitelo con la pasta stesa non troppo sottile e farcite con il composto di albumi e nocciole. Disponete le prugne  sulla superfice, a me piace partire dal centro e via via allargarmi a ventaglio. Infornate e cuocete circa 35-40 minuti.

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Intermezzo sinfonico salato

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L’autunno é arrivato ma fa ancora caldo, un caldo piuttosto umido e insolito per questa parte di mondo dove le persone finiscono con acquisire  una soglia di temperatura diciamo ristretta, definendo hot quando supera i 25° e chilly se scende al di sotto dei 15°. Il cioccolato suda, una patina bianca fiorisce sulla sua superficie che pur non modificandone il sapore ne altera il colore e la bellezza. Preferisco aspettare e intanto riempio la casa di frutta. Da giorni mi muovo tra cesti di mele e alzatine di prugne rosse, ciotole ovali ripiene di banane a diversi gradi di maturazione (in famiglia ognuno ha la sua sfumatura dimaturazione preferita!) e grappoli di uva color vino. Sulla console nell’ingresso una ciotola di melograni dal rosso aranciato offre un allegro benvenuto, sono così belli che non ho ancora il coraggio di affondarci la lama del coltello per ricavarne succo e grani. Sisitemare la frutta per colore é un’altra fissazione della sottoscritta, ma siccome é autgestita mi illudo non crei disturbo alcuno. Qualche giorno fa, mentre sbucciavo una pesca ( forse l’ultima della stagione ma poi continuo a trovarle al farmers market..), riflettevo su come molte delle cose che avevo intorno, prima o poi sarebbero finite tra le maglie del web, se non l’hanno già fatto. Non ho oggetti ad esclusivo uso fotografico, eccezione fatta x due coltelli dalla lama talmente vecchia e ossidata che tiro fuori solo per “ammorbidire” una foto, così come non separo il quotidiano dai giorni di festa, ma questo aspetto meriterebbe un post a parte. Le cose devono assolvere a due compiti: uno estetico e l’altro funzionale. Riassumo: vivo circondata solo da oggetti che davvero mi piacciono e che rientrano nella mia idea di bello, ho dichiarato lotta alla plastica ( escludendo un paio di ciotoline tipo bento che usiamo per il pranzo da portare a scuola), ho convinto anche il pane che impastato in una ciotola grande di ceramica bianca dai contorni arrotondati verrà più buono, che i bicchieri asciugati con uno strofinaccio di lino splendono di più. Pazienza  se a fine cena devo lavare più cose a mano io di quante non tocchi alla lavastoviglie. Ma com’é che si dice? Dove c’é gusto…

Forse proprio questo avvilupparsi tra cucina reale e cucina virtuale, ha fatto si che negli ultimi tempi mi sia sentita un tantino stretta in versione tutta “dolce”. Vedete, avrei voglia di raccontarvi di qualche ricetta salata, di quelle che mettolino l’acquolina in bocca, che fanno venir voglia di rincasare presto, di fremere aspettando che scatti il verde dell’ultimo semaforo prima di casa, di apparecchiare la tavola e gridare “é pronto! à tableeee!!, di staccare il bocconcino di pane per fare scarpetta e pulirne le briciole con il lato e il palmo della mano passato sul tavolo. Nell’animo resto sempre la signora del cacao come mi definì’ anno fa un amico blogger, ma da una cucina vera, e questa ve ne sarete accorti lo é, non possono certo uscire solo piatti a base di zucchero e di burro. Così, come un intermezzo sinfonico aspettatevi di tanto in tanto una torta dal cuore rustico, una zuppa gentile, un cartoccio sorpresa. Si tratterà di fatto di un preludio ad un goloso dessert del post successivo, eseguito a sipario alzato come nella Madame Butterfly.

Abbracci salati, ça va sans dire…

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La quiche di indivia e blue cheese in pasta alla birra

L’idea di impastare con la birra l’ho avuta in uno di quei momenti in cui cucinare si inscrive con fluidità nel ritmo del tardo pomeriggio e un aperitivo improvvisato sul piano di marmo non é il miraggio dei giorni difficili ma un piccolo piacere da sorseggiare in una tranquilla alcolica solitudine pulendo il bottino di un’estate spesa (tra l’altro!) a setacciare bancarelle. Ovviamente potete sostituire la birra con acqua, purché sia ghiacciata.

Pasta briséé

Farina bianca 100g, farina integrale 100g, farina di lino 50g, sale 1 cucchiaino, zucchero di canna 30g,  burro salato freddo 100g, birra ghiacciata poco meno di 1/2 bicchiere

Il ripieno

Indivia 4, yogurt greco150g, panna fresca 100g, uova bio 2, burro 30g, sale 1 pizzico, zucchero di canna 1 cucchiaio blue cheese 200g.

Potete preparare la brisée a mano o al robot. Mettete in una ciotola le farine e il sale e mescolate. Aggiungete il burro tagliato a pezzetti (vi servira ad incorporarlo più facilmente senza riscaldarlo tra le dita) e la birra fredda, un poco alla volta, non é detto che vi serva tutta. Impastate rapidamente, usando la punta delle dita.Quando avrete ottenuto delle grosse briciole di impasto, compattare il tutto aiutandovi anche con il palmo. Siate svelti o vi ritroverete con una briséé troppo dura . Schiacciatelo leggermente, copritelo e lasciatelo riposare il frigo un’oretta.

Preriscaldate il forno a 175C, ungete lo stampo (io uso quello alto da crostata, 24 cm di diametro) e infarinatelo leggermente. Stendete la pasta con il matterello o con le mani se dovesse risultare troppo friabile, rivestite lo stampo e rimettete in frigo mentre preparate il ripieno.

In una ciotola unite la panna e lo yogurt, incorporate le uova leggermente sbattute con il sale. Amalgamate ben bene. Lavate ed asciugate le indivie, eliminate il torsolo e tagliatele in due nel senso della lunghezza. Fate fondere il burro in padella e lasciate caramellare le indivie con lo zucchero. Pochi minuti per lato, sfumate volendo con un goccio di birra.

Lasciate raffreddare completamente e trasferitele nello stampo che intato avrete tolto dal frigo, sbriciolate il blue cheese e versate il composto panna-uova, aggiustate di sale, infornate per 35-40m. Controllate che non scurisca troppo in fretta, in tal caso coprite la quiche con un foglio di alluminio e proseguite la cottura.

Servire tiepida  o fredda.

Crostata di more in frolla all’anice

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Tempo fa vi avevo raccontato di come avevo piantato more e fragoline di bosco. In casa se ne consumano quantità peccaminose, così spinta da un pruriginoso desiderio di autoproduzione da frutti rossi, forse non per marmellate e gelatine ma almeno per qualche crostata e qualche ciotola di piccole gemme rosse da mangiare con yogurt e gramola, ho scavato, piantato, innaffiato e concimato immaginando vestitini puntellati da macchie color vino e baffi color fragola. Ma devo aver peccato di eccessiva immaginazione oppure la mia patina di fille de la ville deve essere più solida di quel che pensassi, facendomi collezionare errori e disastri in giardino. Le piantine non hanno superato i cinque cm. e, a meno di non star coltivando una rara specie nana, l’échec é ormai evidente, anche agli occhi di mia figlia Greta che passa davanti alle piantine dicendo “nulla” con la manina.  Così continuiamo a comprare vaschette su vaschette di frutti rossi, di produzione locale e biologica si ma coltivata da qualcun’altro!  Se accettare le sconfitte e i fallimenti con una nota di ironia e un pizzico di elegante leggerezza fa parte delle regole d’oro per vivere felici che vorremmo insegnare ai nostri figli, io continuo ad immaginare che lasciar cadere disinvoltamente una generosa manciata di more del giardino  avrebbe reso la mia crostata più speciale.

Così’ affido ai semi di anice il compito di renderla speciale e li aggiungo nella pasta  frolla: anice e more trovo siano una coppia deliziosa. Che sia un crumble, dei muffins, un gelato o una ganache per i macarons, quando sul piano della cucina svetta una ciotola di gemme color vino, non riesco a fare a meno di tirar fuori dalla dispensa il vasetto di vetro che contiene i semini di anice e sparpagliarne qualcuno qui e li dopo averli pestati nel mortaio. Il fresco aroma é un balsamo per la mia mente. E in cucina si sta bene anche per piccole cose come queste.

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Pasta frolla all’anice

Farina 00 200g, farina di riso 30g, burro freddo 120g, zucchero a velo 80g, uova 1, sale 1 pizzico, semi d’anice pestati 1 cucchiaio.

Potete impastare a mano o al robot. Io preferisco a mano, mi rilasso, mi alleno e il burro mi rende le mani morbidissisme.  In entrambi i casi siate veloci, delicati ma decisi.

Setacciate le farine e lo zucchero a velo, versate il tutto in una ciotola e aggiungete i semi d’anice. Date una bella mescolata e aggiungete il burro freddo a pezzetti. Cominciate a sbriciolare l’impasto con la punta delle dita. Quando avrete ottenuto un effetto sabbioso, aggiungete l’uovo precedentemente sbattuto con il sale. Lavorate senza riscaldare troppo l’impasto altrimenti vi ritroverete con una frolla dura, per niente sabbiosa. Compattate l’impasto formando una palla, spolverate un piatto con poca farina, adagiate l’impasto, spolverate ancora la superficie della pasta e coprite con un altro piatto schiacciando leggermente. Lasciate riposare in frigo 1-2 ore.

Intanto preparate la crema (ricetta in basso).

Preriscaldate il forno a 170C. Tirate la frolla fuori dal frigo e mburrate leggermente uno stampo da crostata da 24cm. Spolverate il piano di lavoro ( per me un foglio di carta forno sisitemato sul piano di marmo e tenuto fermo da una grande pietra) con la farina e stendete la pasta eccedendo di circa 5cm dalla superfice dello stampo. Aiutandovi con il matterello o con un rapido colpo di mano, rivestite lo stampo e decorate i bordi. Coprite con un foglio di carta forno e delle perline da cottura o dei fagioli. Cuocete per circa 17 minuti o fin quando la pasta non sarà colorata e profumata. Se necessario (in genere lo é), eliminate la carta forno e cuocete altri 7-8 minuti fino a doratura. Lasciate raffreddare su una griglia.

Quando la pasta sarà fredda, liberatela dallo stampo, farcitela con la crema e decorate con le more.

Crema pasticciera

Latte fresco intero bio 500g, zucchero 80g, scorza di un limone bio, uova piccole bio 4, farina 20g, maizena 20g, burro 30g.

Lavate e asciugate il limone e ricavatene la buccia, solo la parte gialla. Io uso il pelapatate e sfido me stessa a tagliare un’unica buccia lunghissima. Lasciate la buccia del limone in infusione nel latte per almeno una trentina di minuti.  In una ciotola lavorate i tuorli (avendo cura di conservare gli albumi per le meringhe o altro) con lo zucchero senza montare la crema. Portate il latte a ebollizione. Setacciate la farina e la maizena ed amalgamatela alle uova, stemperando i grumi con il dorso del cucchiaio. Eliminate la buccia di limone e versate il latte, dapprima un filo, mescolando ben bene per temperare tutti gli ingredienti e poi versate il resto, volendo anche la buccia di limone. Trasferite il composto in una casseruola e senza mai smettere di mescolare cuocete la crema fino ad ottenere la giusta consistenza: per i precisi nonché possessori di termometro da zucchero fino ad una temperatura di 82C, per tutti gli altri fin quando un dito lasciato scivolare sul cucchiai di legno non lascerà una traccia netta. Versate la crema in una ciotola pulita (questo servirà ad interrompere la cottura) e mescolare per farla raffreddare. Dopo un paio  di minuti aggiungete il burro a pezzi ed amalgamate. Coprite con la pellicola alimentare posta direttamente sulla crema e conservare in frigo max 24 ore.

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La danza delle scatole di latta 2015

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Oggi niente ricetta, né racconton né divagazioni meteopatiche, nonostante sia il primo settembre e la data si presti a sentimentalismi e soliloqui, almeno per me. Vi lascio il  il regolamento della seconda edizione delle scatoline viaggiatrici. In tante avete accolto l’idea di dar seguito al primo swap e speriamo che il vostro entusiasmo non sia sbiadito come l’abbronzatura sul viso.

Per chi sei anni fa si fosse perso qualcosa ( e ne avrebbe qualche motivo…), la danza delle scatole é uno scambio racchiuso in una scatola di latta da scegliere ed inviare a qualcuno che il caso avrà assegnato. Le scatole potranno essere grandi, piccole, piccolissime, nuove, antiche, vecchie, colorate, sbrecciate, tonde, quadrate etc etc. La prima versione prevedeva un oggetto, quest’anno le scatoline dovranno contenere una ricetta. E anche qui le scelte sono illimitate: il tipo e l’origine della ricetta sono assolutamente libere. Alla fine, le raccoglieremo tutte e diventeranno un mini libro di cucina consultabile on-line.

La partecipazione é aperta a tutti, blogghisti e/o lettori.

Per partecipare mandate una mail al mio indirizzo di posta elettronica (daniela atcalmeetcacao.com) con oggetto “la danza delle scatole di latta”. Non dimenticate di , scrivere l’indirizzo dove vorrete ricevere il pacchetto.
Tutto questo entro e non oltre il 1 novembre 2015 . Il 3 novembre, riceverete una mia mail nella quale vi verrà svelato il nome e l’indirizzo della persona con cui avverrà lo scambio. A partire da questa data avrete due settimane per poter spedire effettivamente la ricetta nella scatola.

Potete coinvolgere gli amici e le sorelle, le zie e i vicini di casa. Potete parlarne dal parrucchiere, in ufficio o in palestra. Chi ha un blog,  se lo desidera, potrebbe scrivere un post sulla danza delle scatole così da poter coinvolgere i propri lettori ed aumentare il numero di scatoline che viaggeranno.

Vi pregherei di non partecipare se non si é certi di poter rispettare i tempi: la delusione della persona che non vedrà recapitarsi il pacco nel periodo atteso, potrebbere essere grande.

Dopo aver ricevuto la scatola, sarebbe bello che tutti sperimentassero la ricetta ricevuta per poi chissà, magari trascriverla idealmente sul quaderno di ricette di famiglia.
Spero sia tutto chiaro. Se avete domande lasciate un commento per favore, in modo che tutti potranno leggere la mia risposta e chiarirsi eventuali dubbi.

Torno al mio caffè e al mio libro,prima che qualcuno si accorga del mio ozio e rompa con un mammaaa la mia bolla…

Abbracci inscatolati

Un cake gentile

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Il profumo della nocciola tra il burro, lo zucchero e le uova, mi riporta per mano sul pianeta cucina. Vago da qualche ora nel limbo del jet-lag, nove ore di fuso orario da risalire come un sommazzatore senza bombola d’ossigeno sul fondo del mare.  Alcune valigie sono ancora sparse per casa,  socchiuse come cassetti, raccontano la nostra estate racchiudendo oggetti che difficilmente potrebbero trovarsi insieme: coltelli da cucina dal manico in madreperla. pot pourri fiorentini, libri, un cappello di paglia e uno di feltro, stampini da brioche, barbies sirena, idee appuntate e ricette svolazzanti, Topolino, una conchiglia che ha perso il suo mare e una pigna che incolla le dita.

Alterno momenti da cicala in cui mi lascio andare a ritmi  leeeenti scansando lavori scomodi e pesanti con autentica nonchalance, a momenti da formica in cui trotterello da un piano all’altro pervasa da una smania di pulizia e di riordino. Tutto mi aiuta a riappropiarmi di suoni, di odori, di spazi, anche quelli occupati dalle ragnatele, e di progetti. Di alcuni vi parlerò tra qualche giorno, come la Danza delle scatole nel prossimo post, di altri più in là.

Buon rientro a chi rientra, che sia dolce  gentile come le nocciole che ho seminato nell’impasto.

Abbracci nocciolati e impolverati.

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Cake semi integrale con nocciole e cioccolato

Farina 00 120g, farina integrale 50g, uova bio 3, zuccherodi canna 130g, burro salato 35g, lievito per dolci 2 cucchiaini, yogurt bianco (magro o intero come preferite) 250g, cioccolato fondente 70g, nocciole 100g + 20 per decorare

Preriscaldate il forno a 175C. In un pentolino antiaderente lasciate colorare leggermente le nocciole senza farle scurire. Sminuzzatele con un coltello assieme al cioccolato. Montate le uova con lo zucchero fino ad ottenere un impasto bianco e spumoso. Aggiungete lo yogurt e le farine setacciate con il lievito, alternandoli a cucchiai. Unite il burro fuso, amalgamate le nocciole e infine il cioccolato. Amalgamate ben bene ma senza affliggere colpi al composto. Rovesciate l’impasto in uno stampo da plum-cake imburrato e infarinato e spolverate con le nocciole rimaste (meglio se avrete sminuzzato anche quelle!). Cuocete in forno statico per circa 40m, se avete un forno ventilato 30m basteranno. Sempre meglio testare la cottura con uno stecchino o uno spaghetto. Lasciate intiepidire e servite.

Voi ancora non lo sapete, ma avete appena compiuto i primi passi verso l’autunno.

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Les Merveilleux

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Il mercoledì Mademoiselle no no, aveva il suo corso di danza classica. Vestita come un confetto avvolto nel tulle ( un’immagine deliziosa nonostante l’espressione richiami alla mente improbabili ballerine sovrappeso… ), con le immancabili scarpine Mary Jane nei giorni di sole e le galoches nei giorni di pioggia (lascio a voi il piacere di indovinare quale delle due avessero la suola più consumata…). Con la mamma e un numero crescente di sorelline al seguito, attraversava qualche viale bordato di ippocastani, un passage couvert dall’insegna liberty e il marciapiedi-casa di Gaspard, il clochard poeta che la chiamava per nome e le diceva che un giorno le avrebbe insegnato a ballare il tango. Pochi minuti prima dell’inizio della lezione, le attaccavo i capelli in uno chignon disubbidiente, l’aiutavo a riconoscere la ballerina destra dalla sinistra e ci incontravamo a mezz’aria per un bacino sulle labbra. Scappava via prima che potessi dirle “vai, divertiti e non chiacchierare troppo”.  Sempre. Nelle giornate di pioggia restavo ad aspettare la fine della lezione nello spogliatoio, un piccolo spazio separato dalla sala di danza da una pesante tenda di velluto bordeaux. Mi piaceva restarmene li, tra scarpine da ballo dimenticate, i muri coperti di disegni di Sempé e vecchie locandine delle stagioni balletto dell’Opera.  La musica del piano accompagnava i “deuxième- troisième, pliez” e i gridolini soffocati delle bambine. Altre volte passeggiavo per le strade del quartiere, respirando un’aria di quiete borghese e l’odore della sfornata di baguettes delle ore 15.  Se la testina castana nel passeggino penzolava addormentata, entravo nel café all’angolo e seduta in vetrina come un quadro di Hopper senza quel senso di solitudine che pervade le sue scene, e ordinavo una scusa per starmene in pace a leggere. Quarantacinque minuti, prima di ripercorrere all’inverso la strada fino alla scuola. Chi se le dimentica più quelle guance rosa accaldate e il luccichio divertito degli occhi. “Mamma mi hai vista?”. Ci prendevamo per mano e attraversavamo la strada. Due passi ed eravamo già dentro la boutique, Aux merveilleux de Freud.

Madame?” “Quatre merveilleux et une brioche au chocolat s’il vous plaît”. Negli anni sono state aperte altre pâtisseries/boutiques come quella li, in diversi punti della città, la stessa silhouette nera, lo stesso immenso lampadario a pampilles, le stesse pile su pile di meringhe che aspettano di essere farcite di panna montata e avvolte di cioccolato in scaglie,  di polvere di speculos o di brisures di pralines rosa. Si chiamano Merveilleux e sono un meraviglioso modo di gustare una meringa vestita da dessert.

La scatolina bianca con il coperchio trasparente e i quattro Merveilleux languidamente sistemati all’interno, la portavamo a casa. La brioche, dall’evidente generosa spennella d’uovo e il profumo consolatorio dell’impasto ancora caldo, innocente peccato di gola da sbocconcellare con le mani, accompagnava i nostri passi verso casa, tra il racconto di un relevé venuto male  e lo chignon volato via al primo allegro.

Erano i nostri mercoledì a Parigi.

Su questa costa sono quasi le due del mattino.  Avrei ancora una borsa da chiudere, una sveglia da puntare tra… diciamo un paio d’ ore e due aerei da prendere, ma vi avevo promesso che avrei raccontato presto del dolce sul quale poggiavano le candeline e lo faccio con molto piacere, rispolverando dettagli di quei lenti mercoledì piuttosto che concentrarmi sul lungo mercoledì di esodo che mi aspetta. Avessi almeno quella brioche da sbocconcellare lungo il viaggio.

Abbracci migratori

D.

ps. La foto della pâtisserie/boutique é di Barbara, che gentilmente ha attraversato più di un viale alberato per fare uno scatto e rendermi felice. Chissà che non abbia incontrato  Gaspard…

I  Merveilleux

( per 6 persone)

Per i dischi di meringa:  albumi d’uovo 100gr, zucchero semolato 200g, una goccia di limone o un pizzico di sale.

Per il montaggio: panna fresca da montare 300ml, zucchero a velo 1 cucchiaio, vaniglia 1 stecca, cioccolato fondente 100 gr + 200 gr a scaglie.

Preriscaldare il forno a 120C, se ventilato 100C basteranno. Iniziate a montare gli albumi a velocità bassa con la goccia di limone o il pizzico di sale. Non appena cominciano a schiumare, aggiungete lo zucchero: due cucchiai alla volta, aumentando gradatamente la velocità fino a quella massima. Ci vorranno circa quindici minuti prima di avere la giusta consistenza: compatta, bianca e lucida, con il becco sulla punta quando sollevate le fruste. Mentre gli albumi montano, preparate la tasca da pasticcere con una bocchetta liscia ( io uso quella n6) e rivestite una teglia da biscotti con della carta forno. Assicuratevi che la carta aderisca perfettamente alla teglia e che resti immobile, sarà più facile gestire la poche se non dovrete usare una mano per tener ferma la carta. Quando la meringa é pronta, trasferite tutto il composto nella tasca, spingetelo leggermente verso la punta per eliminare le bolle d’aria e divertitevi a creare dei dischi, a forma di spirale, leggermente distanziati l’uno dall’altro. Ricordatevi che con l’aggiunta della panna e del secondo disco le dimensioni cambiano, quindi regolate la dimensione se non volete ritrovarvi con un dolce tipo Testa di Moro.  Infornate e cuocete per circa 45 minuti, poi lasciate raffreddare in forno spento.

Dopo aver preparato le meringhe, fate fondere a bagnomaria 100gr di cioccolato fondente. Con un coltellino spalmaburro o un pennello da pasticceria, stendete un leggero  strato di cioccolato su ogni disco di meringa. Siate delicati o romperete la superfice.

Aspettando che il cioccolato asciughi, montate la panna in chantilly. Io uso lo stand mixer, ma ovviamente delle fruste elettriche andranno benissimo. Ricordate di metterle in congelatore per qualche minuto (solo la parte che gira non tutto l’apparecchio!) così monteranno meglio e tenetele ben dritte in modo da incamerare più aria. Quando avrete una bella massa bianca e spumosa (attenzione perché il rischio di ritrovavi con del burro é sempre in agguato), fate cadere delicatamente lo zucchero a velo setacciato e date un ultimo giro di fruste. Questo é il momento di aggiungere anche i semini di vaniglia se li avete.

A questo punto passate al montaggio del dolce. A me piace affrontare la parte più creativa del lavoro senza confusione intorno, il piano di marmo pulito, le ciotole sporche nel lavello e i barattoli riposti in dispensa. Così’ se qualcosa va storto non posso prendermela con il disordine e un ‘atmosfera zen mi aiuta ad affrontare la crisi, che zen non é.  Se siete come me, avrei già pensato a sistemare e ripulire mentre la panna montava. Aiutandovi con la lama del coltello o una piccola maryse, adagiate un generoso strato di panna su ogni disco, lato cioccolato,  e richiudete con un secondo disco, pressando leggermente per compattarli. Avvolgete di altra panna il vostro panino di meringa, tutt’intorno come quando decorate una torta. Rivestite con il cioccolato che avrete tagliato a scaglie ( io uso un pelapate). Non dovrete fare alcuno sforzo, il cioccolato si attaccherà alla panna come il più focoso degli amanti. Se non avete dimenticato nessun passaggio la composizione dei vostri merveilleux dovrebbe essere questa: disco di meringa, strato di cioccolato, panna,  strato di cioccolato, disco di meringa il tutto avvolto di chantilly. Conservate a temperatura ambiente fino al momento di servire.

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Aspettando di soffiare

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E’ Domenica. Il silenzio del mattino é un silenzio sottile e fragile, un battito di ciglia e si frantuma. La stanza é piena di luce e a rischio di sfiorare il cliché vi dico che é un alba di luce dorata e che una coppia di uccelli  cinguetta non proprio soavemente sugli alberi del giardino. Dal letto posso vederne le  chiome frondose. Dal mio letto di bambina vedevo il mare. Non c’é fretta, potrei girarmi dall’altra parte e provare a riacciuffare la coda del sogno che forse stavo facendo, oppure potrei allungare le gambe, spalancare le braccia e assaporare tutto lo spazio a mia disposizione, fino ai confini di un altro braccio ancora pesantemente addormentato. Questo letto sembra l’America: immenso e ospitale. Raramente siamo in due. Occasionalmente il cinque, sporadicamente in quattro, quasi sempre in tre. Vince chi si aggiudica il cuscino perché siamo tutti troppo pigri per andare a cercarne altri e l’unica che potrebbe avere vogliadi farlo non arriverebbe al ripiano alto del mobile biancheria da letto.  Invece mi alzo e scalza, mi avvio per le scale. Ogni quattro scalini uno sbadiglio. Ne conto quattro, prima di arrivare al piano di sotto. MI muovo come un gatto silenzioso e ccome un gatto inarco leggermente la schiena per passare tra le porte senza aprile troppo. Sono porte un po’ vecchie, alcune cigolano rumorosamente e non  ricordo mai quale siano. Preparo il caffè, che tanto non verrà mai bene (la barista di casa non sono io) e mi siedo sul piano di marmo ad aspettare che l’odore di caffè mi svegli del tutto. Oggi compio quarant’anni. A voler dar retta alle statistiche sarei diventata una donna di mezza età. A voler credere alle amiche sarei sempre una ragazza, una bambina per mia nonna, una ragazzina per la fioraia, una signora “un po’ vecchia” per mia figlia quando si avvicina il momento di affrontare il dazio bimensile delle mèche sui capelli bianchi . La verità, ma vi prego non ditelo a nessuno, é che mi sento tutte queste cose assieme, una serie di matrioske una dentro l’altra, ognuna nascosta e svelata dall’altra. Una signora di mezza età quando rientro con l’ennesimo cachemire blu o grigio per poi accorgermi che é quasi identico agli altri e quando annuncio con tono deciso “questo Natale Filetto alla Wellington”; una bambina davanti alla montagna di neve soffice e compatta degli albumi che diventeranno meringhe e quando con les filles, seduta a gambe incrociate  svuotiamo interamente la grande casa vittoriana delle bambole e la arrediamo  come più ci piace, spostando per l’ennesima volta la disposizione delle stanze e il posto degli oggetti (la mia stanza preferita é la cucina con il suo lillipuziano cestino delle uova e la soffitta, che vorrei fosse la stanza del cucito mentre loro la relegano puntualmente a stanza dei giochi ); una ragazzina quando ancora mi sorprendo arrossire per un complimento e quando sono sola e ceno un pacchetto di chips al sale marino; una ragazza quando il cuore mi batte forte perché sono felice e quando decido “oggi é detox day” e preparo zuppa di miso per cena ( chiamata zuppa delle streghe per quell’aspetto di maleficio riuscito con le alghe e le rondelle di cipollina fresca che galleggiano in superficie); una vecchia signora quando mi lascio cullare dai ricordi sentendomi grata di averne tanti così belli e quando l’ironia riesce a piantare un’altra bandierina sui miei terrori: viva la leggerezza, tout court!  Oggi compio quarant’anni, tondi come una pancia di mamma, la mamma che sono diventata, tre bambine in otto anni, la cosa più seria e più matta che abbia deciso di fare in questi ultimi quarant’anni. E mentre scrivo le ultime righe e la macchietta sbuffa le ultime gocce di caffè  nel silenzio della prima ora del giorno del mio compleanno, mi dico che forse un desiderio lo dovrei esprimere, un piccolo rito buona fortuna,perché no. Ma resto con il dito in aria perché, se di sogni ne ho tanti ( altrimenti che vita bella sarebbe signori miei !), di desideri non me ne vengono in mente… a parte una deliziosa collezione di piatti antichi decorati a mano il cui prezzo era tale da renderli totalmente indecorosi, rapidamente censurati dal mio Super-Io.

E siccome a casa nostra nella stessa settimana di compleanni se ne festeggiano ben tre, e siamo cinque, capita di condividere la candelina e la torta che la regge. Quest’anno non farà eccezione, e visto che ci tengo a non svelare al mio compagno di soffio il mistero su quale sarà il dessert, se non vi dispiace la ricetta ve la do domani. Così riesco anche a bere il caffè caldo.

Quaranta abbracci uno in fila all’altro

D.