Les Merveilleux

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Il mercoledì Mademoiselle no no, aveva il suo corso di danza classica. Vestita come un confetto avvolto nel tulle ( un’immagine deliziosa nonostante l’espressione richiami alla mente improbabili ballerine sovrappeso… ), con le immancabili scarpine Mary Jane nei giorni di sole e le galoches nei giorni di pioggia (lascio a voi il piacere di indovinare quale delle due avessero la suola più consumata…). Con la mamma e un numero crescente di sorelline al seguito, attraversava qualche viale bordato di ippocastani, un passage couvert dall’insegna liberty e il marciapiedi-casa di Gaspard, il clochard poeta che la chiamava per nome e le diceva che un giorno le avrebbe insegnato a ballare il tango. Pochi minuti prima dell’inizio della lezione, le attaccavo i capelli in uno chignon disubbidiente, l’aiutavo a riconoscere la ballerina destra dalla sinistra e ci incontravamo a mezz’aria per un bacino sulle labbra. Scappava via prima che potessi dirle “vai, divertiti e non chiacchierare troppo”.  Sempre. Nelle giornate di pioggia restavo ad aspettare la fine della lezione nello spogliatoio, un piccolo spazio separato dalla sala di danza da una pesante tenda di velluto bordeaux. Mi piaceva restarmene li, tra scarpine da ballo dimenticate, i muri coperti di disegni di Sempé e vecchie locandine delle stagioni balletto dell’Opera.  La musica del piano accompagnava i “deuxième- troisième, pliez” e i gridolini soffocati delle bambine. Altre volte passeggiavo per le strade del quartiere, respirando un’aria di quiete borghese e l’odore della sfornata di baguettes delle ore 15.  Se la testina castana nel passeggino penzolava addormentata, entravo nel café all’angolo e seduta in vetrina come un quadro di Hopper senza quel senso di solitudine che pervade le sue scene, e ordinavo una scusa per starmene in pace a leggere. Quarantacinque minuti, prima di ripercorrere all’inverso la strada fino alla scuola. Chi se le dimentica più quelle guance rosa accaldate e il luccichio divertito degli occhi. “Mamma mi hai vista?”. Ci prendevamo per mano e attraversavamo la strada. Due passi ed eravamo già dentro la boutique, Aux merveilleux de Freud.

Madame?” “Quatre merveilleux et une brioche au chocolat s’il vous plaît”. Negli anni sono state aperte altre pâtisseries/boutiques come quella li, in diversi punti della città, la stessa silhouette nera, lo stesso immenso lampadario a pampilles, le stesse pile su pile di meringhe che aspettano di essere farcite di panna montata e avvolte di cioccolato in scaglie,  di polvere di speculos o di brisures di pralines rosa. Si chiamano Merveilleux e sono un meraviglioso modo di gustare una meringa vestita da dessert.

La scatolina bianca con il coperchio trasparente e i quattro Merveilleux languidamente sistemati all’interno, la portavamo a casa. La brioche, dall’evidente generosa spennella d’uovo e il profumo consolatorio dell’impasto ancora caldo, innocente peccato di gola da sbocconcellare con le mani, accompagnava i nostri passi verso casa, tra il racconto di un relevé venuto male  e lo chignon volato via al primo allegro.

Erano i nostri mercoledì a Parigi.

Su questa costa sono quasi le due del mattino.  Avrei ancora una borsa da chiudere, una sveglia da puntare tra… diciamo un paio d’ ore e due aerei da prendere, ma vi avevo promesso che avrei raccontato presto del dolce sul quale poggiavano le candeline e lo faccio con molto piacere, rispolverando dettagli di quei lenti mercoledì piuttosto che concentrarmi sul lungo mercoledì di esodo che mi aspetta. Avessi almeno quella brioche da sbocconcellare lungo il viaggio.

Abbracci migratori

D.

ps. La foto della pâtisserie/boutique é di Barbara, che gentilmente ha attraversato più di un viale alberato per fare uno scatto e rendermi felice. Chissà che non abbia incontrato  Gaspard…

I  Merveilleux

( per 6 persone)

Per i dischi di meringa:  albumi d’uovo 100gr, zucchero semolato 200g, una goccia di limone o un pizzico di sale.

Per il montaggio: panna fresca da montare 300ml, zucchero a velo 1 cucchiaio, vaniglia 1 stecca, cioccolato fondente 100 gr + 200 gr a scaglie.

Preriscaldare il forno a 120C, se ventilato 100C basteranno. Iniziate a montare gli albumi a velocità bassa con la goccia di limone o il pizzico di sale. Non appena cominciano a schiumare, aggiungete lo zucchero: due cucchiai alla volta, aumentando gradatamente la velocità fino a quella massima. Ci vorranno circa quindici minuti prima di avere la giusta consistenza: compatta, bianca e lucida, con il becco sulla punta quando sollevate le fruste. Mentre gli albumi montano, preparate la tasca da pasticcere con una bocchetta liscia ( io uso quella n6) e rivestite una teglia da biscotti con della carta forno. Assicuratevi che la carta aderisca perfettamente alla teglia e che resti immobile, sarà più facile gestire la poche se non dovrete usare una mano per tener ferma la carta. Quando la meringa é pronta, trasferite tutto il composto nella tasca, spingetelo leggermente verso la punta per eliminare le bolle d’aria e divertitevi a creare dei dischi, a forma di spirale, leggermente distanziati l’uno dall’altro. Ricordatevi che con l’aggiunta della panna e del secondo disco le dimensioni cambiano, quindi regolate la dimensione se non volete ritrovarvi con un dolce tipo Testa di Moro.  Infornate e cuocete per circa 45 minuti, poi lasciate raffreddare in forno spento.

Dopo aver preparato le meringhe, fate fondere a bagnomaria 100gr di cioccolato fondente. Con un coltellino spalmaburro o un pennello da pasticceria, stendete un leggero  strato di cioccolato su ogni disco di meringa. Siate delicati o romperete la superfice.

Aspettando che il cioccolato asciughi, montate la panna in chantilly. Io uso lo stand mixer, ma ovviamente delle fruste elettriche andranno benissimo. Ricordate di metterle in congelatore per qualche minuto (solo la parte che gira non tutto l’apparecchio!) così monteranno meglio e tenetele ben dritte in modo da incamerare più aria. Quando avrete una bella massa bianca e spumosa (attenzione perché il rischio di ritrovavi con del burro é sempre in agguato), fate cadere delicatamente lo zucchero a velo setacciato e date un ultimo giro di fruste. Questo é il momento di aggiungere anche i semini di vaniglia se li avete.

A questo punto passate al montaggio del dolce. A me piace affrontare la parte più creativa del lavoro senza confusione intorno, il piano di marmo pulito, le ciotole sporche nel lavello e i barattoli riposti in dispensa. Così’ se qualcosa va storto non posso prendermela con il disordine e un ‘atmosfera zen mi aiuta ad affrontare la crisi, che zen non é.  Se siete come me, avrei già pensato a sistemare e ripulire mentre la panna montava. Aiutandovi con la lama del coltello o una piccola maryse, adagiate un generoso strato di panna su ogni disco, lato cioccolato,  e richiudete con un secondo disco, pressando leggermente per compattarli. Avvolgete di altra panna il vostro panino di meringa, tutt’intorno come quando decorate una torta. Rivestite con il cioccolato che avrete tagliato a scaglie ( io uso un pelapate). Non dovrete fare alcuno sforzo, il cioccolato si attaccherà alla panna come il più focoso degli amanti. Se non avete dimenticato nessun passaggio la composizione dei vostri merveilleux dovrebbe essere questa: disco di meringa, strato di cioccolato, panna,  strato di cioccolato, disco di meringa il tutto avvolto di chantilly. Conservate a temperatura ambiente fino al momento di servire.

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Aspettando di soffiare

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E’ Domenica. Il silenzio del mattino é un silenzio sottile e fragile, un battito di ciglia e si frantuma. La stanza é piena di luce e a rischio di sfiorare il cliché vi dico che é un alba di luce dorata e che una coppia di uccelli  cinguetta non proprio soavemente sugli alberi del giardino. Dal letto posso vederne le  chiome frondose. Dal mio letto di bambina vedevo il mare. Non c’é fretta, potrei girarmi dall’altra parte e provare a riacciuffare la coda del sogno che forse stavo facendo, oppure potrei allungare le gambe, spalancare le braccia e assaporare tutto lo spazio a mia disposizione, fino ai confini di un altro braccio ancora pesantemente addormentato. Questo letto sembra l’America: immenso e ospitale. Raramente siamo in due. Occasionalmente il cinque, sporadicamente in quattro, quasi sempre in tre. Vince chi si aggiudica il cuscino perché siamo tutti troppo pigri per andare a cercarne altri e l’unica che potrebbe avere vogliadi farlo non arriverebbe al ripiano alto del mobile biancheria da letto.  Invece mi alzo e scalza, mi avvio per le scale. Ogni quattro scalini uno sbadiglio. Ne conto quattro, prima di arrivare al piano di sotto. MI muovo come un gatto silenzioso e ccome un gatto inarco leggermente la schiena per passare tra le porte senza aprile troppo. Sono porte un po’ vecchie, alcune cigolano rumorosamente e non  ricordo mai quale siano. Preparo il caffè, che tanto non verrà mai bene (la barista di casa non sono io) e mi siedo sul piano di marmo ad aspettare che l’odore di caffè mi svegli del tutto. Oggi compio quarant’anni. A voler dar retta alle statistiche sarei diventata una donna di mezza età. A voler credere alle amiche sarei sempre una ragazza, una bambina per mia nonna, una ragazzina per la fioraia, una signora “un po’ vecchia” per mia figlia quando si avvicina il momento di affrontare il dazio bimensile delle mèche sui capelli bianchi . La verità, ma vi prego non ditelo a nessuno, é che mi sento tutte queste cose assieme, una serie di matrioske una dentro l’altra, ognuna nascosta e svelata dall’altra. Una signora di mezza età quando rientro con l’ennesimo cachemire blu o grigio per poi accorgermi che é quasi identico agli altri e quando annuncio con tono deciso “questo Natale Filetto alla Wellington”; una bambina davanti alla montagna di neve soffice e compatta degli albumi che diventeranno meringhe e quando con les filles, seduta a gambe incrociate  svuotiamo interamente la grande casa vittoriana delle bambole e la arrediamo  come più ci piace, spostando per l’ennesima volta la disposizione delle stanze e il posto degli oggetti (la mia stanza preferita é la cucina con il suo lillipuziano cestino delle uova e la soffitta, che vorrei fosse la stanza del cucito mentre loro la relegano puntualmente a stanza dei giochi ); una ragazzina quando ancora mi sorprendo arrossire per un complimento e quando sono sola e ceno un pacchetto di chips al sale marino; una ragazza quando il cuore mi batte forte perché sono felice e quando decido “oggi é detox day” e preparo zuppa di miso per cena ( chiamata zuppa delle streghe per quell’aspetto di maleficio riuscito con le alghe e le rondelle di cipollina fresca che galleggiano in superficie); una vecchia signora quando mi lascio cullare dai ricordi sentendomi grata di averne tanti così belli e quando l’ironia riesce a piantare un’altra bandierina sui miei terrori: viva la leggerezza, tout court!  Oggi compio quarant’anni, tondi come una pancia di mamma, la mamma che sono diventata, tre bambine in otto anni, la cosa più seria e più matta che abbia deciso di fare in questi ultimi quarant’anni. E mentre scrivo le ultime righe e la macchietta sbuffa le ultime gocce di caffè  nel silenzio della prima ora del giorno del mio compleanno, mi dico che forse un desiderio lo dovrei esprimere, un piccolo rito buona fortuna,perché no. Ma resto con il dito in aria perché, se di sogni ne ho tanti ( altrimenti che vita bella sarebbe signori miei !), di desideri non me ne vengono in mente… a parte una deliziosa collezione di piatti antichi decorati a mano il cui prezzo era tale da renderli totalmente indecorosi, rapidamente censurati dal mio Super-Io.

E siccome a casa nostra nella stessa settimana di compleanni se ne festeggiano ben tre, e siamo cinque, capita di condividere la candelina e la torta che la regge. Quest’anno non farà eccezione, e visto che ci tengo a non svelare al mio compagno di soffio il mistero su quale sarà il dessert, se non vi dispiace la ricetta ve la do domani. Così riesco anche a bere il caffè caldo.

Quaranta abbracci uno in fila all’altro

D.

 

…e se le scatole riprendessero a danzare?

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… é da un po’ che mi pongo questa domanda.

Da quando una mattina di qualche settimana fa  mi sono ritrovata seduta sui talloni a sistemare la mensola più bassa del piccolo sgabuzzino che funge da archivio documenti, quando é venuta fuori una lunga lista di indirizzi mail piena di frecce e di note. Il foglietto, passando indenne attraverso un trasloco e un viaggio in oceano, doveva essersi infilato di soqquatto in qualche cartella deciso a restare impigliato nella maglia delle cose da conservare. Scritti a mano, nella mia incerta grafia da mancina, i mail di tutti i partecipanti alla Danza delle scatole di latta, il mio swap del 2009, quelle scatole che abbiamo fatto viaggiare nell’autunno di qualche anno fa.

Così, abbandonando per terra le cartelle, gli archivi e le buone intenzioni di ordine, sono andata a rileggermi i post e parte della corrispondenza che riguardava le scatole ballerine.

Non soltanto ritrovavo le atmosfere del vecchio blog con i miei lettori di allora, ma rivivevo le ultime settimane della mia seconda gravidanza, quelle che dolcemente mi avrebbero portato alla nascita della mia bambina d’autunno. Perché, forse qualcuno lo ricorderà,  la  data ultima di partenza delle scatole coincideva con la settimana in cui sarebbe nata  Eloïse. Solo a me sarebbe potuta venire in mente di fare una cosa così! Al momento di scegliere la data di scadenza della partecipazione allo swap, mi concentrai sugli aspetti romantici della questione, l’autunno, le foglie cadenti e l’idea che ognuno potesse poggiare la propria scatola appena spacchettata sul tavolino accanto alla tazza di thé bollente. Non considerai minimamente che le circostanze mi avrebbero voluta più dedicata alle esigenze fisiche di una neonata e quelle emotive di una bambina di due anni desurpata dal suo trono di attenzioni che non ad una lista di mail da intrecciare. Mais ça, c’est moi!  Alla fine tutto ando’ bene, anche grazie all’aiuto di un’amica, ad ognuna delle partecipanti  fu assegnata una compagna e le scatole arrivarono tutte a destinazione, superando anche il traffico pre-natalizio delle poste e le grandi distanze. Quello che invece non riuscii a creare fu un’archivio fotografico di tutte le scatole e i loro contenuti, mi scuso adesso per il tempo che non riuscii a dedicare al progetto.

Non so quanto tempo io sia rimasta  immersa nell’autunno di quell’anno, ma quando ho lasciato il foglietto su uno dei piani della cucina, sotto al cuore di pietra grigia che ogni tanto compare nelle foto per tuffarmi nel pomeriggio con tutta la sua lista di cose da fare, mi sono resa conto che ogni tanto lo sguardo mi cadeva sul foglietto, il quale sembrava arrendersi al mio sguardo con un’aria soddisfatta: era pur sempre passato dallo sgabuzzino delle carte al cuore della casa, la cucina. E a furia di guardarlo e riguardarlo, una domanda iniziava a prendere forma, invadendo lo spazio che generalmente é occupato dal cosa preparo per cena.

Allora ho pensato che la cosa migliore da fare sarebbe stata di girarla a voi.

E se le scatole riprendessero a danzare? Vi andrebbe di risalire in soffitta, di setacciare i mercatini o di sbirciare nei cassetti della zia alla ricerca della vostra scatolina da inviare? Questa volta vi chiederei di riempirla non con un oggetto ma una ricetta scritta a mano, matita colorata o stilografica, quello che preferite.  Potrebbe essere una ricetta  di quelle che riaffiorano dai ricordi di infanzia, o dal quaderno di appunti di cucina macchiato di ditate di burro, o una cosina estemporanea pensata proprio per la scatola.  E poi,  potremmo  farne una raccolta e renderla pubblica, come un piccolo libro di ricette da conservare. Facciamo così, voi lasciate marinare un po’ l’idea, io intanto sarà il caso che studi ben bene il calendario in modo da non pasticciare un’altra volta con le date.

A presto

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Il Crumble nel barattolo

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In tutti questi anni di vita familiare,  mi sono esercita alla difficile arte dell’alleggerimento bagaglio, così’ adesso quando la mia jolie tribù viaggia, lo fa con un numero di valigie inferiore a quello che ero solita trascinarmi dietro quando partivo per il campeggio con le amiche. Le bambine provano a zavorrarmi con improbabili necessità e giocattoli vari da infilare nel bagaglio a mano, ma più si allungano le distanze e più  si scatena il terrore delle transumanze mascherate da vacanze familiari. Risultato é che mi occorrono due ore per organizzare la partenza e due settimane per preparare il ritorno,  in vista di un rientro che sia ancora un po’ il prolungamento dell’ ozioso fannullismo di ferragosto. Continue reading

Frollini verde anice

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Dopo anni di infatuazioni campestri sospirate tra le strade di Parigi in un perdermi e ritrovarmi tra cortili alberati seminascosti e passages privés di ciottoli mangiatacco  (no non i miei, io cammino in ballerine, ricordate?) e grandi vasi fioriti, coltivando erbe aromatiche sul davanzale della cucina e immagini di giardini inglesi, mi sono ritrovata proprietaria di uno spazio verde. Libera finalmente di dar via alle mie  fantasie giardiniere, inesperta e impaziente, ho iniziato a piantare e seminare ancor prima di guardarmi intorno. Se lo avessi fatto, se mi fossi seduta all’ombra degli eucalipti e degli oleandri per osservare le piante che si addossavano l’una all’altra, se avessi aspettato che quelle a riposo rivelassero la loro identità e il loro colore, forse avrei capito che quel coriandolo di sogno su cui avevo scritto giardino all’inglese avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Davanti ai miei occhi avevo un giardino dagli accenti tropicali con  Banani, Hibiscus,  Sterlizie e Plumerie, un giardino con note mediterranee di buganvillea, agrumi e palme di diverso tipo. Un paio di aiuole e qualche angolo romantico sembravano parlarmi una lingua meno esotica e lontana, potevo persino sentire parole di incoraggiamento dalla vecchia fontana in pietra grigio blue e i roseti antichi mi lasciavano una qualche speranza sul poter riuscire a ricreare un angolo di mondo forse non così’ come  l’avevo immaginato nella mia vita cittadina (verde scuro, fiori dai colori tenui, ombra fresca e grandi alberi dalle chiome pesanti). In South California l’acqua é un bene prezioso, la pioggia un evento  atteso e persino i bambini sanno dell’importanza di piantare e coltivare piante native. Avevo molto da imparare ma ancora di più da modificare nella mia mente e nelle mie immagini. Una passeggiata nel deserto in primavera é un buon modo per far pace con le piante grasse, per scoprirne la segreta bellezza e decidersi ad ospitarne qualche esemplare da piantare tra le rose o tenerle in vaso vicino al vecchio tavolino in ferro.

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Ore di lavoro e qualche paio di guanti consumati mi hanno insegnato più di tutte le ore spese su Pinterest collezionando immagini di giardini piantati ad altre latitudini. Qualche conversazione con la mia vivaista locale di fiducia, una piccola donna asiatica dal viso a metà coperto da un grande cappello di paglia, mi ha convinta più di alcun manuali di giardinieri e paesaggisti famosi, nonché l’aver sacrificato qualche deliziosa piantina sull’altare delle scienze botaniche. Avrei potuto modificare e decidere la qualità del terreno dei vasi e le ore di luce e di ombra di una piccola parte dello spazio a mio disposizione, ma non avrei potuto far nulla sulla qualità del terreno, sulla discrepanza tra quantità d’acqua che alcune specie avrebbero richiesto  e quella che il cielo avrebbe scaricato, sull’ espozione del patio su cui avrei voluto far arrampicare un glicine e sulle temperature troppo elevate per una siepe di Lilla.

Preparare due volte la pasta frolla con le mani, sentirla sbriciolarsi sulla punta delle dita e poi ricompattarsi sotto il palmo della mano non puo’ sostituire tutte le volte che per fretta o per pigrizia si aziona la planetaria. In cucina e in giardino le mani devono essere “sporche” di impasti e di terra.

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A volte il vento regala cose inaspettate, portate da chissà dove. Un fiore di Pimpinella Anisum,  con il suo ombrello di merletto bianco da signora d’antan e il fusto sottile sottile, si é insinuato al sole tra mille sassolini che hanno il compito di tener a bada le erbacce sul lato est del giardino davanti casa. Il mio cuore ha fatto una capriola. La liquirizia e l’anice sono tra i miei aromi preferiti. L’inaspettata freschezza del retrogusto del finocchio e dei carciofi, un bicchierino di Anisette nelle notti d’estate, la radice di liquirizia da succhiare in mezzo al traffico,  il Pastis con tre gocce d’acqua prima di cena, i sassolini di liquirizia che mi manda mia suocera, la liquirizia nera di Calabria, le penne profumate di mia figlia, il dentifricio alla crema d’anice, i semini verde grigio nel barattolo di vetro che schiaccio tra i denti, le punte di anice stellato nascoste nel riso. Aromi che Inseguo e di cui non so farne a meno.

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Vagheggiando un grosso cespuglio di fiori di anice e una pioggerella di semini da far seccare e conservare nel barattolino che si fa bello nella foto,  impasto e stendo quelli che saranno frollini all’anice. La ricetta é di madame D’Aubergine, i suoi erano frollini blue lavanda, i miei li ho immaginati verde anice. Dal fondo del grande sacchetto di lino che contiene le formine tagliabiscotti, tiro fuori quello di rame a forma di una foglia dai contorni sottili. In questo andirivieni di pensieri botanici potevo non scegliere questa?

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Frollini verde anice ( per circa 20 biscotti)

Farina bianca 00 50 gr, farina di riso 50 gr, zucchero di canna 40 gr,  burro freddo 50, uova 1, semi d’anice essiccati non trattati  2 cucchiaini 

Mettere tutti gli ingredienti secchi nel mixer e azionarlo per un paio di secondi . Aggiungere l’albume( conservando il tuorlo per lucidare i frollini) e il burro freddo a cubetti: azionare ancora  per pochi secondi, ripetere un paio di volte e poi raccogliete l’impasto con le mani, senza lavorare l’impasto.

Fare una palla schiacciata, trasferiterlo in una ciotola e conservarlo  in frigo per un’ora coperto da film alimentare.

Accendere il forno a 180°. Con l’aiuto del matterello stendere l’impasto  sul piano di lavoro leggermente infarinato, ritagliare i biscotti e trasferirli su una teglia rivestita di carta forno. Spennellare leggermente la superfice dei biscotti con il tuorlo diluito in mezzo bicchiere di latte e cospargeteli di zucchero (io ho eliminato il passaggio zucchero).

Mettere la teglia in frigo per mezz’ora per conservare le forma ed ottenere biscotti più croccanti, poi infornate per una decina di minuti. Controllare il colore, non devono scurire ma dorarsi leggermente.

Suggerimenti

In un mortaio di marmo pestare i semini d’anice in modo da appiattirli e sprigionare l’aroma. Potete lasciarli in infusione nello zucchero qualche ora prima di preparare i frollini.

Al momento della spennellatura siate veloci e soprattutto delicati. Il tuorlo altera l colore e il sapore, quindi, come dice Sabrine, mano leggera mi raccomando.

Vanilla Marshmallows

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Tra qualche ora sarà la festa della mamma. Sarò svegliata nel modo meno silenzioso possibile, il letto si riempirà di disegni, piccoli regali, sguardi orgogliosi e un caffè con la panna da cercare di non versare sulle lenzuola di lino. Poi ci alzeremo e tutto sarà come deve essere ogni giorno, per lo più rumoroso e pieno di incastri, a volte smooth e delicato, con quella parola, mamma, che risuona cento, mille volte come un disco incagliato.

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 Sono mamma di tre bambine, questo lo sapete, ma mi sento anche la mamma di tutti gli altri bambini e bambine che ho immaginato o sognato di avere, ognuno con un nome diverso e bellissimo, nomi che ancora mi sorprendo a scegliere, collezionare e custodire in segreto. Mi piace molto di più dire ” sono la sua mamma” piuttosto “lei é mia figlia” e sebbene la maggior parte delle sere mi senta fisicamente una nonna :) ci sono momenti in cui ancora mi sorprendo a ricordarmi che siamo in cinque.
Per festeggiare questa speciale/normale giornata anche con tutte le mamme che si affacciano in questa cucina, vi lascio una ricetta e una piccola, simbolica scatola. All’interno troverete dei marshmallows alla vaniglia. Non è  un dolce femminile, nemmeno un tantinello ricercato e certamente non lo offrirei a fine pasto. E’ una cosa da bambini e probabilmente molte di voi sarebbero più felici di avere un pezzetto di buon cioccolato nero, come me. Però il profumo e la consistenza, assieme a tutto quel bianco sanno di infanzia, di casa, di candore, di coccole a piene mani. La dose di zucchero di un solo quadratino basta a coprire il fabbisogno mensile, pero’ non credete che le feste senza zucchero hanno meno sapore? E’ una scatola da annusare, richiudere e conservare e poi riaprire tra qualche anno, quando i bambini saranno diventati grandi e avranno smesso di chiedere le caramelle. Quando le vostre mani di mamma saranno libere di dedicarsi ad altre passioni, ad altre cose che negli anni avrete un po’ trascurato o mai iniziato. Quando il tempo non sarà più scandito da pappe, dalle ore di danza e di violino, dai compiti da far fare e dalle verdure da camuffare x la cena. Quando, pur assaporando ogni minuto di questo tempo ritrovato avvertirete un’onda nostalgica salire e inondarvi, riempendovi di desiderio di avere ancora un po’ di quelle manine appiccicose di zucchero e sporche di pennarello blu che vi prendono la testa tra le mani facendovi sentire una mamma.
Felice festa  amiche mie.
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Suggerimenti.
Questa é la prima ricetta di marshmallows che sperimento. Sebbene non abbia ritrovato il gusto di quelli delle bancarelle, bianchi e rosa, così irresistibilmente uno tira l’altro, il risultato é buonoProvero’ a testare altre versioni,  magari quella con gli albumi . Lo zucchero é decisamente invadente, il retrogusto sciropposo li rende irresistibile per i bambini. Non avendo il corn syrup né la voglia di andarlo a cercare (quando infilo il grembiule divento pigrissima per qualsiasi altra forma di lavoro che non sia impastare, montare, tagliare etc. etc..) l’ho preparato io, vi lascio la ricetta anche di quello. Puo’ essere conservato a lungo in un vasetto di vetro e tenuto in frigorifero.  Ingredienti indispensabili: un termometro da zucchero e un po’ di pazienza, ingrediente da mamma!
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Marshmallows alla vaniglia
Acqua fredda 12+12 cl, gelatina alimentare 21 gr, zucchero 400gr, 24 cl *corn syrup, sale 1 pizzico, estratto naturale di vaniglia 1 cucchiaio, zucchero a velo 400gr
Foderare una grande teglia con carta forno e imburrare leggermente le pareti. Spolverare la superficie con metà dello zucchero a velo e mettere da parte.
Nella ciotola della planetaria o in una ciotola capiente di vetro, fate sciogliere la gelatina in 12cl di acqua fredda e aspettare che solidifichi. Intanto unire in un pentolino dal fondo spesso, lo zucchero, 12cl d’acqua e lo sciroppo di mais. Cuocere con coperchio a fiamma moderata fino a bollore, togliere il coperchio e proseguire la cottura fino ad una temperatura di 115C. Ci vorranno una decina di minuti. Azionare la planetaria o le fruste elettriche iniziando a lavorare la gelatina, versare lo sciroppo di zucchero facendo molta attenzione a farlo colare lungo le pareti della ciotola e non direttamente sulle fruste (come quando si prepara la meringa italiana). Lo sciroppo é bollente e se cadesse direttamente sulle fruste schizzerebbe ovunque. Montare circa 15 minuti:  il composto triplicherà di volume, diventando bianchissimo e spumoso.
Versare il tutto nella teglia foderata e spolverare accuratamente di zucchero a velo. Lasciar indurire a temperatura ambiente minimo 12 ore.
Rovesciare i composto su un piano di lavoro, eliminare la carta forno e tagliare a quadretti.
Conservare in scatole di latte per alcuni giorni.
*Corn Syrup
Acqua 20 cl , zucchero 400gr, cremor tartaro 1 cucchiaio
Unire tutti gli ingredienti in un pentolino con fondo spesso e cuocere fino ad ottenere uno sciroppo chiaro, circa 7-8 minuti. Non lasciar caramellare.
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Nature morte e meringhe dipinte di cioccolato

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the English version at the end

Toc-toc. C’é ancora qualcuno?

Quasi certa di trovar solo silenzio, spero non così profondo da poter sentire il suono dell’impasto che lievita nella ciotola. Sono mesi che non scrivo. Non che non sia successo nulla nel frattempo, ma era un po’ come non saperlo più raccontare, il banale, il quotidiano, il sole che nasce e che tramonta, il pane fatto in casa, gli stampini da Baba che non riuscivo a trovare, la salvia che non riesce ad attecchire. E poi,  The big renovation, la cucina nuova e la mappa di oggetti, tazze, stampi e ciotole da ricostituire per non sentirmi persa casa mia; i pidocchi presi a scuola da sconfiggere, l’umore che non ne vuol sapere di scendere dall’altalena e, dulcis in fundo, un pianoforte. Qualche mese fa, la signora del cacao :) ha deciso di ricominciare a suonare dopo così tanti anni che per contarli ci vogliono le manine di due bambine e mezzo; non soltanto suonare ma recuperare in fretta tutto il tempo passato senza farlo. Le passioni possono essere le nostre peggiori nemiche.

Così mentre Bach, Schubert e Pechelbel si infilavano nelle mie giornate e gli operai andavano e venivano come formiche nevrasteniche, il giardino, stanco di aspettare, iniziava la sua silenziosa ribellione e un velo di percettibile negligenza si posava sulle piante come rugiada al mattino. L’alberello di Azara M e la sua mancata fioritura invernale , che in inverno avrebbe dovuto provvedere da solo a profumare di vaniglia l’intero giardino addormentato,  mi stava forse dando appuntamento al prossimo inverno la sua fioritura mentre le violette odorose venivano inghiottite da gramigne scostumate. Avevo premuto un po’ troppo sul pulsante pausa, non soltanto quello del blog.

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Le nature morte sono per me fonte di bellezza e di meraviglia, motivo per il quale mi ostino a tenere la frutta in ciotole e alzate di vecchia ceramica francese pur sapendo che il frigorifero le conserverebbe meglio, ma la visione del mio giardino trascurato, non aveva proprio nulla della struggente bellezza delle opere di Chardin o della pittura olandese di Pieter Clasz e Osiaz Bert. Dovevo correre ai ripari, andare a cercare i guanti blu da giardino e i sacchi di stallatico e di chicken pot. Sapevo già che quando avrei finito con il giardino avrei ripreso anche il blog.

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Quello che in questi mesi non ho mai smesso di fare é stato sfornare le meringhe. Meringa francese da conservare in scatole di cartone (o di latta), leggera, friabile e profumata  e meringa italiana, da cuocere con lo zucchero a sciroppo, per vestire  a festa crostate dall’animo contadino. Le ultime mi sono divertita a spennellarle di cioccolato fuso, guardando il paesaggio finalmente più rigoglioso e primaverile delle mia piante non più dimenticate.

Se ci siete, sarei felice di sentire un vostro colpo.

Meringhe francesi

Albumi, zucchero semolato  ( il doppio del peso degli albumi), 1 punta di sale.

Iniziare con il montare gli  albumi  con la punta di sale.

Dividere lo zucchero in tre parti più o meno uguali e quando gli albumi cominciano a schiumare aggiungerne una prima parte. Aumentare la velocità, aspettare tre minuti e aggiungere una seconda parte. Ripetere l’operazione con l’ultima parte di zucchero portando  la velocità al massimo. Complessivamente dovrebbero montare circa 15 minuti. A questo punto la meringa sarà diventata lucida e  brillante e avrà formato il becco alla punta della frustra.

Rivestite una teglia con carta forno e formate con l’aiuto di due cucchiai o con la tasca da pasticcere, delle nuvolette o piccole montagne se preferite, avendo cura di spaziarle un paio di cm l’una dall’altra. infornare in forno preriscaldato a 130-150C per circa un’ora e mezza senza mai aprire lo sportello del forno altrimenti l’aria formerà delle crepe sulla superficie delle  meringhe. Lasciatele raffreddare in forno spento

Consigli

Gli albumi devono essere pulitissimi, senza alcuna traccia di tuorlo e la ciotola senza traccia di grasso o acqua. Dovrebbero essere separati da qualche giorno, conservati in frigo e portati a temperatura ambiente un paio d’ore prima di essere usati.

La planetaria e il mixer permettono una perfetta montata ma se usate le fruste elettriche cercate di tenerle il più verticale possibile.

Al posto del sale potrete usare una goccia di limona o una punta di cremor tartaro.

Potete usare mezza parte di zucchero granulato e mezza di zucchero a velo.Questo va aggiunto alla fine, setacciato e incorporato a mano con la marisa o la spatola in silicone. Io preferisco usare solo zucchero granulato, il risultato é una crosticina leggermente più friabile ed un gusto caramellato, per me tipico delle meringhe, che  l’amido contenuto nello zucchero a velo copre largamente.

 Still life

Toc-toc. Anyone over there? I am pretty sure i’ll find just silence, hoping not so deep as to hear the sound of the bread dough rising in the bowl on the counter top.

Some months passed since the last post at the first signs of Fall. Meanwhile, it is not like nothing happened , but I felt I could not recount the beauty of the little things, the ordinary life, the homemade bread, the sunrise and the sunset, the Baba’s molds I could not find anywhere, the sage that doesn’t want to take root in my herbs garden; then, the big renovation, the new kitchen and the new arrangement, the map of the objects like the bowl, the cups and the kitchen towels to reshape,  to feel not lost in my house; the head lace from the school to vanquish, my state of mind that doesn’t want to come down by the swing and, dulcis in fundo, a piano. Some months ago, the lady of the cocoa :) decided to restart to play the piano after so many years that to count them you need the hands of two girls and a half. Playing the piano and getting back all the years lived without it. Sometimes the passion can be our worse enemy.
So, in the meantime Bach, Pechelbel and Schubert entered my home and the workmen went back and forth like neurotic ants, the garden started its silent revolt and a voile of state of neglect set down on the plants and on the soil. The Azara tree, also called the vanilla tree for his wonderfully vanilla scented little flowers, which alone should have perfumed all the sleeping garden during the winter, loose his magical blooming, the violaodorata, essential not only for the scent so incredibly sweet and regressive, disappeared under  badly behaved Bermuda grass, the herbs too much  dried also to be keep in the jar. I pressed too much on the pause switch, not only the one for the blog.
The Nature morta, are for me a source of beauty and feelings. That’s why I keep obstinately the fruits on french antique cake stands or big bowls, even if I know they would keep longer in the fridge. The still life can be a rare beauty, in the daily life as well in the chef d’oeuvre: but the image of my abandoned garden, had nothing of the deep beauty of Chardin’s artwork or the bright light behind the dark of hollander peinture of Clasz and OsiazBert. It was time to take care of it. It was time to take out the chicken pot and the garden’s gloves. I knew already I was also ready to come back at the blog, just after the last potted plant.
What I never stopped doing in the last months was to bake meringues. French meringues, white and perfectly lightly crispy, with a soft inside and the hint of caramelized sugar. I brushed the last ones with dark chocolate watching by the window the fervor of a spring garden.
I would love hear from you, if you are still there.
French meringues
(makes about 15 meringues)
Egg whites, caster sugar the double of the weight of the egg whites, salt 1 pinch.
Pre-heat the oven to 130C.
In a large bowl start to gently whisk the egg whites, when they start to create a white foam, add one part of the sugar. Increase the speed, wait three minutes and add the second part of the sugar. Increase the speed, wait other three minutes and the rest of the sugar. After about 15 minutes of whisking, the egg whites should form stiff peaks and looked very shiny. Cover a baking tray with the parchment paper  and spoon the meringues onto it. You can also use a pastry bag with a medium size tip but I prefer to use two spoons for the informal look. Bake for 1 hour or a bit more and leave them at least 20minutes in the oven with the door open to cool down.
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Clouds in the garden

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english version at the end

Ottobre caro,

finalmente arriva per dare il via alle danze autunnali, al fresco del mattino e della sera, apertura e chiusura del sipario su un sole che nelle ore centrale del giorno fa sembrare ancora primavera. Lentamente le foglie ingialliscono e impallidiscono anche qui e soprattutto, tornano le nuvole, dispettose e attese, stanche di sentirsi invocare da chi, come me, non riesce a farne a meno.

Stamattina, appena sveglia, ho guardato sopra la mia testa e per una qualche strana ragione che non so spiegare ho sentito il bisogno di preparare dei sablés, burrosi biscotti al profumo di fiori d’arancio da inzuppare nel thé. Lo stampino a forma di nuvola, é uno dei miei preferiti. Una creazione speciale di una coppia speciale, un padre e una figlia. Sfogliare Herriott Grace, il blog di Nikole, é uno dei modi migliori che io conosca per indugiare in questi primi sprazzi di autunno, pienoni ispirazioni e atmosfere cozy. Potete usare la vostra ricetta di biscotti al burro preferita, oppure, fare come ho fatto io, usare quelle di Nikole e sostituire la vaniglia con l’acqua di fiori d’arancio.

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Sablés nuvola ai fiori d’arancio

Farina 300g, sale 5g, burro 227g, zucchero 300g, uova 1, acqua di fiori d’arancio 2 cucchiai.

Tutti gli ingredienti devono essere a temperatura ambiente. Lavorare il burro a crema (se usate un robot prendete il gancio a foglia), con l’acqua di fiori d’arancio e lo zucchero fino ad ottenere una crema leggera e gonfia. Unire l’uovo e se necessario rivoltare l’impasto dal fondo aiutandosi con una spatola. Aggiunger la farina e il sale e lavorare solo il tempo di amalgamare gli ingredienti. Dividerlo in tre parti, coprire con pellicola e lasciar riposare in frigo due ore. Per evitare che  i biscotti perdano la loro graziosa forma durante la cottura procedere nel seguente modo: tirar fuori dal frigo uno solo dei tre panetti di impasto, infarinare leggermente il piano di lavoro, stendere l’impasto ad uno spessore di circa 6mm, tagliare i biscotti con la formina,trasferirli su una teglia da forno rivestita di carta forno e metterli in freezer una ventina di minuti. Cuocere i biscotti in forno pre-riscaldato a 180C (170C per me) e lasciarli raffreddare su una griglia. Procedere allo stesso modo con gli altri due panetti. L’impasto può essere conservato in frigorifero per una settimana.

A questo punto potete procedere con la preparazione della glassa per colorare i biscotti. Io aspetterò che le bambine tornino da scuola, sono arrivate alla lezione di glassa numero due e hanno bisogno di pratica ;)

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Cookie Clouds with orange blossom

Dear October…

this morning I looked up at the sky and for some reason that I can’t explain I just needed to bake butter Cookies flavored with orange blossom water to dip in my tea.

The lovely cookie cutter as well the recipe, comes from Nikole’s beautiful website. Herriot Grace is the perfect place to indulge in these first autumn feeling, full up whit so inspiring and cozy atmosphere. To make the cookies, you can use your favorite shortbread recipe or use Nikole’s recipe as I did and replace the vanilla bean paste with the orange blossom water.

Recipe and directions

All purpose flour 300g, butter 227g, Kosher salt 3/4 tsp, granulated sugar 200g, large egg 1, orange blossom water 2 tbsp

Whisk together salt and flour and set aside. In the bowl of a stand mixer fitted with the puddle attachment cream the butter, the orange blossom and the sugar until light and fluffy. Scrape down the base of the bowl. Pour in the egg and mix. Add the dry mixture and mix until  just combined.Turn out the dough on a clean surface and divide it in three parts. Wrap and refrigerate up to two hours. Pre-heat the oven at 350F (180C). Unwrape one portion and with the lightly floured cutter, cut the dough into clouds and move them on a prepared baked sheet. Refrigerate for 15minutes before baking. Bake around 15 minutes.

Repeat with thereat of the dough. You can decorate the cookies with a royal icing. I’ll do it later in the afternoon. My girls are at their second icing decoration lessons and  they need to train  ;)

Icing

Egg white 2, icing sugar 454g, water 2 tsp

In a small bowl, mix together the egg white and the sugar. Add the water. the texture must be smooth and ribbony but not runny . With a piping bag fitted with a #3 tip, pipe a single line around the edge of each cloud. With clean piped bag fitted with a #7 tip, flood the interior of each cloud and let dry.

Dark Chocolate cake and red wine glaze

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english version at the end

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato il nostro primo anno in CA, da residenti e non da viaggiatori. I ricordi si stratificano, si allungano come ombre al finire del giorno e mi piace ripescarli da un sacchetto senza fondo. Preparare una torta come questa, senza passaggi delicati, senza difficoltà tecniche, diventa un po’ come intraprendere un viaggio nella mente, slegare i pensieri dalle mani, inserire il pilota automatico e godersi il panorama. Viaggi di questo tipo per me sono sempre a ritroso nel tempo. Sono una persona tendenzialmente distratta, che dimentica date e appuntamenti, commissioni e liste della spesa. Ho bisogno di telefono e agenda per ricordarmi di tutto, a volte non basta nemmeno quello. Così in qualche modo sono costretta a ripetermi cento volte quello che devo fare, quello che deve essere fatto e quando. Tutto questo, assieme ai suoni del quotidiano, diventa un fastidioso rumore di fondo, come un rubinetto che perde, come un motore acceso in lontananza. Ma quando lavoro in cucina, questo rumore si spegne, si allontana e mi lascia finalmente in silenzio. E allora mi rilasso veramente, mi concentro sui gesti se la ricetta é tecnicamente complicata o mi affido ad un saper fare antico che abita nelle mie mani.

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Il vino  e il cioccolato sono un richiamo per i sensi. Nella mia personale scala cromatica, il bordeaux vellutato del vino e il marrone profondo del cioccolato, hanno un posto speciale. Ancora un sorso di vino e un pezzo di cioccolato nero, spesso sono il mio dopocena. La lussuriosa glassa al vino rosso da spalmare su una torta al cioccolato senza pretese é un’idea trovata su Bon Appetit, rivista gastronomica che sfoglio generalmente in fila al supermercato.

Torta al cioccolato glassata al vino rosso

 Burro 225g,  farina 00 42g, uova 4, zucchero 200g, cioccolato 70% 100G, sale 1 pizzico.

Preriscaldare il forno a 160C. Tutti gli iglesienti devono essere a temperatura ambiente. Far fondere il cioccolato e il burro a bagno maria. Spegnere il fuoco. Mescolare per sciogliere completamente il cioccolato e abbassare la temperatura. Aggiungere lo zucchero e mescolare. Unire un uovo alla volta e lavorare il composto con la spatola fino ad ottenere una consistenza simile ad una mousse. Versare il composto in una tortiera da 22-24cm imburrata e infarinata e cuocere circa 50m. La torta sarà pronta quando lo stecchino risulterà leggermente umido. Lasciar raffreddare e intanto preparare la glassa.

Glassa al vino rosso

Cioccolato fondente 70% 100g, burro 55g, sale 1/2 cucchiaino, vino rosso 1/2 tazza (per me un Chianti), zucchero in polvere 60g.

Far fondere a bagnomaria il cioccolato, il sale e il burro. Spegnere il fuoco e mescolare per abbassare la temperatura. Aggiungere lo zucchero. Versare il vino in un pentolino e sfiorare il bollore. Versare un cucchiaio di vino nel cioccolato, ammaliare per unificare le temperature versare il resto del vino. Lasciar raffreddare qualche minuto. Quando la spatola lascia una traccia nella glassa, la consistenza e la temperatura saranno giuste Sistemare la torta su una griglia e porla su un foglio di carta forno. Lasciar cadere liberamente la glassa sulla torta o lisciare sui bordi per un effetto omogeneo. Lasciar raffreddare a temperatura ambiente una o due ore.

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Dark Chocolate Cake with Red Wine Glaze

Few days ago we celebrated our first year in CA, as residents and not travelers anymore. Memories become stratified, longer  and longer like shades at the end of the day. I love to revive them. I am an absent minded person, I forget appointments, dates, shopping list and things to do:I need to register everything on the phone or on the agenda and mostly of the time, unfortunately, this is not enough. So, I need to repeat to myself what I have to do, what needs to be done and when. All this, with the daily sounds and kids around, turns in a bothersome ground noise, something far and close at the same time. But when I cook, this sound turns off and finally leaves me silence. I can totally relax and focus on the recipe if I’m doing something complicated or, as for a cake like this, I activate the autopilot and enjoy the view of my mental trip. Wine and chocolate have an intense appeal. In my personal chromatic scale, there is a special place for  the velvet of red wine and the deep brown of chocolate. Yet another sip of wine with some very good chocolate, are the
perfect after dinner. As simple as you need. The luxury of red wine glaze and the perfectly easy dark chocolate are a Bon Appétit recipe. You have to try it!

Recipe and directions:
  • 1 cup (2 sticks) unsalted butter, cut into pieces, plus more for pan
  •  cup all-purpose flour, plus more for pan
  • 8 oz. bittersweet chocolate (at least 70% cacao), chopped
  • 1 cup sugar
  • 4 large eggs
  • ¾ teaspoon kosher salt

Preheat oven to 325°. Lightly butter and flour pan. Heat chocolate, sugar, and 1 cup butter in a heatproof bowl set over a saucepan of simmering water (bowl should not touch water), stirring, until chocolate is almost completely melted, about 3 minutes; remove from heat and continue to stir until chocolate is completely melted. Let cool completely. Using an electric mixer on medium speed, add eggs to chocolate mixture 1 at a time, beating to blend after each addition. Beat until mixture has a mousse-like consistency. Reduce speed to low and add salt and ⅓ cup flour; mix until smooth. Scrape batter into prepared pan; smooth top. Bake cake until top is firm and edges are slightly darkened, 55–65 minutes (rely on visual cues; a tester inserted into cake’s center will come out clean before cake is truly done). Transfer pan to a wire rack and let cake cool completely in pan before turning out.

Red Wine Glaze

  • 8 oz. bittersweet chocolate (at least 70% cacao), finely chopped
  • ¼ cup (½ stick) unsalted butter, cut into small pieces
  • ½ teaspoon kosher salt
  • ½ cup powdered sugar
  • ½ cup red wine (such as Chianti Toscano)

Heat chocolate, butter, and salt in a heatproof bowl set over a saucepan of simmering water (bowl should not touch water), stirring, until chocolate and butter are melted, about 5 minutes. Whisk in powdered sugar. Meanwhile, bring wine just to a boil in a small saucepan. Remove chocolate mixture from heat and whisk in wine; let cool until slightly thickened and a rubber spatula leaves a trail in mixture when stirring, 8–10 minutes. Set cake on a wire rack set over a rimmed baking sheet. Pour glaze over cake and spread it across the top and over the edges with an offset spatula. Let cake stand at room temperature until glaze is set, 2–3 hours.

Lemon bunt cake con scorzette di limone candite

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english version at the end

Un’aria leggera e profumata di limone scuote l’insolita umidità di questi giorni e riempie l’aria proprio adesso, mentre scrivo all’ ombra degli oleandri in giardino. Oggi questo é il mio ufficio e tutto quello che mi occorre é qui vicino a me: il computer sulle gambe, un vecchio lenzuolo a fiori steso sul prato e il solito viavai di coleotteri. A volte penso che dovrei creare un vero angolo di lavoro, il mio, in un qualche angolo o stanza della casa. Uno spazio privato, per scrivere e pensare. Ma in giornate come queste, mi basta l’oleandro.

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La ricetta della torta é la mia base su cui comporre e declinare altre versioni, cambiando aroma, sapore e a volte colore. Tempo fa ne avevo preparato una versione rosa un po’ girly da portare a scuola di Neva, acqua di rosa e perline luccicanti, su IG trovate una foto. Oggi un velo di bianco e delle scorzette di limone candito per … Soffice e semplice, una torta senza pretese ma perfetta come un momento di fine estate.

Oggi sono ospite da Tribù Golosa, un nuovo portale gastronomico, ricco di ricette e di idee da portare in cucina. L’intervista la trovate qui. Grazie a Federica Villani per avermi invitata.

Lemon bundt cake 

Burro 70g, farina 200g, uova 4, zucchero di canna 250g, panna fresca 100g, 2 limoni bio,  scorzette di limone candite 30g, sale 1 pizzico, lievito x dolci 1 cucchiaino.

Pre-riscaldare il forno a 180C.

Far fondere il burro a bagno maria e lasciar raffreddare. Grattugiare la buccia dei limoni e aggiungerla allo zucchero. Setacciare la farina con il lievito e unire il sale. Montare le uova con lo zucchero profumato al limone fino ad ottenere un composto bianco e spumoso, occorrono circa 10 minuti. Aggiungere la panna e amalgamare. Senza mai smetter di mescolare, unire la farina con il lievito,  il burro e infine le scorzette tagliate finemente. Versare nello stampo imburrato e infarinato (io ho usato quello da boundt cake ma una tortiera da 24cm andrà bene lo stesso) e cuocere 10 minuti, abbassare la temperatura a 150 e cuocere altri 30minuti.

Lasciar raffreddare il dolce e intanto preparare la glassa.

Glassa allo zucchero

Zucchero a velo 250g, 1/2 limone, 1 albume.

In una ciotola lavorare con una frusta lo zucchero e l’albume, aggiungere il succo di limone e mescolare. Dovrete ottenere un composto denso e omogeneo, di un bel bianco lucido che ricade a nastro dalla frustra.

Sistemare il cake ormai raffreddato su una griglia e decorarlo con la glassa che lascerete cadere tranquillamente dalla ciotola. La glassa deve essere usata  subito o trasferita in un contenitore a chiusura ermetica.

Lemon Boundt Cake with candied lemons peels

A fresh, light air with lemon scent surrounding me right now, while I’m writing under the oleander trees. Today this is my office and all I need now is nearby: an old florals sheet on the grass, the computer on my legs and the hummingbirds flying around. Sometimes I think I’d like to have a real office in a corner of this big house, a private space for writing and thinking, all for myself. But in days like this, the oleander is enough.

That recipe is my special base to arrange endlessly: I did it few time ago in a pink girly version, with shiny crystal sugar pearls, to bring in Neva’s class: you can look at the picture on my IG. Today a  white cover and a special lemon taste with my candied lemons peels.

Today I’m the special guest of Tribù Golosa, an italian cooking website full of classic and original recipes. You can read the interview here.

Ingredients: butter 70g, all purpose flour  200g, eggs 4, brown sugar  250g, double cream 100g, lemons 2; salt 1 pinch, candied lemon peels 30g, baking powder 1 teaspoon

Directions: preheat the oven at 350f. Melt the butter and set aside. Great the lemons peel and pour it into the sugar. Sift the flower with the baking powder. Whip the eggs with the sugar for at least ten minutes, until light and fluffy then pour in the cream, then the flour with the baking powder and the salt. Mix well, pour in the butter and at least the lemons candied peels cutter in small pieces. Pour the cake mixture into the prepared boundt pan and bake for 10 minutes then pour 30 minutes at 300f. Let it cool and prepare the icing.

For the Icing: powdered  sugar 250 g,  1/2 lemon jus, 1 egg white.

Beat the egg white with the sifted powdered sugar and beat with an electric mixer or with a wooden spoon. Add the lemon juice and beat until combined and smooth. Add more lemon juice or powdered sugar, as needed. Pour the frosting over the top of the cake, allowing it to drip down the sides. The icing needs to be used immediately or transferred to an airtight container.